L'Unione Europea di fronte e di dietro
Ciao Giuseppe, l'intervento di Samir Amin è disponibile anche tradotto in italiano, lo abbiamo pubblicato su Contropiano. Eccolo qua:
http://contropiano.org/articoli/item/24519
ciao e buon lavoro
Sergio Cararo
(francais / italiano)
L'Unione Europea di fronte … e di dietro
1) Chi ha sabotato il gasdotto South Stream / La NATO spinge la UE verso l’«adattamento strategico» (Tommaso Di Francesco, Manlio Dinucci)
2) I tabù della sinistra radicale (Spartaco A. Puttini)
3) L'Unione Europea di fronte a se stessa (Sergio Cararo)
4) Samir Amin: Les élections européennes de mai 2014. nouvelles étape dans l’implosion du projet européen
Leggi anche:
I mediocri (e
basta) dell'Unione Europea:
1) I mediocri fondatori dell'Unione Europea (Jacques-Marie Bourget)
2) La Nato spinge l’Ue nella nuova guerra fredda (Manlio Dinucci)
https://it.groups.yahoo.com/neo/groups/crj-mailinglist/conversations/messages/7996
Gas,
nazi e media: la verità sulla guerra ucraina
Un'azienda del gas, un oligarca e un'agenzia di pubbliche relazioni senza
scrupoli, un gasdotto che non s'ha da fare e impronte che portano molto
vicino alla Casa Bianca.
Franco Fracassi - 12 giugno 2014
=== 1 ===
(en
francais: Le sabotage du gazoduc South Stream
par Manlio Dinucci, Tommaso di Francesco
http://www.voltairenet.org/article184185.html )
http://ilmanifesto.info/chi-ha-sabotato-il-gasdotto-south-stream/
Chi
ha sabotato il gasdotto South Stream
— Tommaso Di
Francesco, Manlio Dinucci, 9.6.2014
Il
governo bulgaro ha annunciato domenica scorsa di aver interrotto i
lavori di costruzione del South Stream, il gasdotto che dovrebbe trasportare
gas russo nell’Unione europea senza passare per l’Ucraina. «Ho ordinato
di fermare i lavori — fa sapere il premier Plamen Oresharski di un
governo in crisi se non dimissionario -, decideremo gli sviluppi
della situazione dopo le consultazioni che avremo con Bruxelles». La
decisione è stata presa — manco a farlo apposta — il giorno
prima dell’incontro tripartito Russia-Ucraina-Ue sulle forniture di
gas a Kiev.
Nei giorni scorsi il presidente della Commissione europea, Josè
Manuel Barroso, aveva annunciato l’apertura di una procedura Ue contro
la Bulgaria per presunte irregolarità negli appalti del
South Stream.
Appena tre giorni prima, il 5 giugno, la direzione del Partito socialista
bulgaro, che sostiene il governo Oresharski, dava per sicuro che il
tratto bulgaro del gasdotto sarebbe stato costruito nonostante
la richiesta di Bruxelles di fermare il progetto. «Per noi è
d’importanza vitale», sottolineava il vicepresidente della commissione
parlamentare per l’energia, Kuiumgiev. E il presidente della Camera dei
costruttori, Glossov, dichiarava che «il South Stream è una boccata
d’ossigeno per le imprese bulgare».
Che cosa è avvenuto? Il progetto nasce quando, nel novembre 2006
(durante il governo italiano Prodi II), la russa Gazprom e l’italiana
Eni firmano un accordo di partenariato strategico.
Nel giugno 2007 il ministro per lo sviluppo economico, Pierluigi Bersani,
firma con il ministro russo dell’industria e dell’energia il memorandum
d’intesa per la realizzazione del South Stream. Secondo il progetto,
il gasdotto sarà composto da un tratto sottomarino di 930 km attraverso
il Mar Nero (in acque territoriali russe, bulgare e turche) e da uno
su terra attraverso Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia e Italia
fino a Tarvisio (Udine). Nel 2008–2011 vengono conclusi tutti gli
accordi intergovernativi con i paesi attraversati dal South Stream.
Nel 2012 entrano a far parte della società per azioni che finanzia la realizzazione
del tratto sottomarino anche la tedesca Wintershall e la francese
Edf con il 15% ciascuna, mentre l’Eni (che ha ceduto il
30%) detiene il 20% e la Gazprom il 50%. La costruzione del
gasdotto inizia nel dicembre 2012, con l’obiettivo di avviare la fornitura
di gas entro il 2015. Nel marzo 2014 la Saipem (Eni) si aggiudica un contratto
da 2 miliardi di euro per la costruzione della prima linea del
gasdotto sottomarino.
Nel frattempo, però, scoppia la crisi ucraina e gli Stati uniti — con un
lavoro all’unisono tra Casa bianca e diplomazia congressuale dei Repubblicani —
premono sugli alleati europei perché riducano le importazioni di gas
e petrolio russo, che costituiscono circa un terzo delle importazioni energetiche dell’Unione
europea.
Primo obiettivo statunitense (scrivevamo sul manifesto il 26
marzo) è impedire la realizzazione del South Stream. A tale scopo
Washington esercita una crescente pressione sul governo bulgaro. Prima lo
critica per aver affidato la costruzione del tratto bulgaro del gasdotto a
un consorzio di cui fa parte la società russa Stroytransgaz, soggetta
a sanzioni statunitensi.
Con tono di ricatto, l’ambasciatrice degli Stati uniti a Sofia, Marcie
Ries, dichiara: «Avvertiamo gli uomini d’affari bulgari di evitare di
lavorare con società soggette a sanzioni da parte degli Usa».
Il momento decisivo è quando, domenica scorsa a Sofia, il senatore
Usa John McCain, accompagnato da Chris Murphy e Ron Johnson, incontra
il premier bulgaro trasmettendogli gli ordini di Washington. Subito
dopo Plamen Oresharski annuncia il blocco dei lavori del South Stream.
Una vicenda emblematica: un progetto di grande importanza economica
per la Ue viene sabotato non solo da Washington, ma anche da Bruxelles
per mano dallo stesso presidente della Commissione europea. Ci
piacerebbe sapere che cosa ne pensa il governo Renzi, dato che l’Italia
– come ha avvertito allarmato Paolo Scaroni, ancora numero uno
dell’Eni – perderebbe contratti per miliardi di euro se venisse
affossato il South Stream.
---
L’Alleanza
atlantica spinge la Ue verso l’«adattamento strategico»
di Manlio Dinucci | da il manifesto, 24 maggio 2014
Silenzio politico-mediatico sulla riunione Nato dei ministri della difesa
svoltasi a Bruxelles il 21-22 maggio. Eppure non si è trattato di un
incontro di routine, ma di un vertice che ha enunciato una nuova strategia che
condizionerà il futuro dell’Europa. Basti pensare che 23 dei 28 paesi
della Ue sono allo stesso tempo membri della Nato: di conseguenza le
decisioni prese nell’Alleanza, sotto indiscussa leadership statunitense, inevitabilmente
determinano gli indirizzi dell’Unione europea.
È stato il generale Usa Philip Breedlove – ossia il Comandante supremo alleato
in Europa, nominato come sempre dal presidente degli Stati uniti – a enunciare
a Bruxelles il punto di svolta: «Siamo alla decisione cruciale di come
affrontare, nel lungo periodo, un vicino aggressivo». Ossia la Russia, accusata
di violare il principio del rispetto delle frontiere nazionali in Europa,
destabilizzando l’Ucraina come stato sovrano e minacciando i paesi della regione
orientale della Nato.
La predica viene dal pulpito di una alleanza militare che ha demolito con la
guerra la Jugoslavia, fino a separare anche il Kosovo dalla Serbia; che si è
estesa a est, inglobando tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia, due della
ex Jugoslavia e tre dell’ex Urss; che è penetrata in Ucraina, assumendo il
controllo di posizioni chiave nelle forze armate e addestrando i gruppi
neonazisti usati nel putch di Kiev. Significativo è che alla riunione dei capi
di stato maggiore dei paesi Nato, il 21 maggio a Bruxelles,
abbia partecipato anche il generale Mykhallo Kutsyn, nuovo capo di stato
maggiore ucraino. Contemporaneamente il segretario generale della Nato
Rasmussen, in visita a Skopje, ha assicurato che «la porta dell’Alleanza
rimane aperta a nuovi membri», come la Macedonia, la Georgia e naturalmente
l’Ucraina. Continua dunque l’espansione a est.
La Nato, avverte il Comandante supremo in Europa, deve intraprendere un
«adattamento strategico per affrontare l’uso da parte russa di improvvise
esercitazioni, ciber-attività e operazioni coperte». Ciò «costerà denaro, tempo
e sforzo». Il primo passo consisterà nell’ulteriore aumento della spesa
militare Nato, già oggi superiore ai 1000 miliardi di dollari annui: a tal
fine il segretario Usa alla difesa Chuck Hagel ha preannunciato una riunione,
alla quale parteciperanno non solo i ministri della difesa ma anche quelli
delle finanze, il cui scopo è spingere gli alleati europei ad accrescere la
loro spesa militare.
Lo scenario dell’«adattamento strategico» Nato va ben oltre l’Europa,
estendendosi alla regione Asia-Pacifico. Qui – sulla scia degli accordi
russo-cinesi, che vanificano le sanzioni occidentali contro la Russia
aprendole nuovi sbocchi commerciali a est – si prefigura la possibilità di una
unione economica eurasiatica in grado di controbilanciare quella Usa-Ue,
che Washington vuole rafforzare con la partnership transatlantica per il
commercio e gli investimenti. Gli accordi siglati a Pechino non si limitano
alle forniture energetiche russe alla Cina, ma riguardano anche settori ad
alta tecnologia. È in fase di studio, ad esempio, il progetto di un grosso
aereo di linea che, prodotto da una joint venture russo-cinese, farebbe
concorrenza a quelli della statunitense Boeing e dell’europea Airbus. Un altro
progetto riguarda la costruzione di un super-elicottero in grado
di trasportare un carico di 15 tonnellate.
La questione di fondo, sostanzialmente ignorata nella campagna delle elezioni
europee, è se l’Unione europea debba seguire gli Stati uniti nell’«adattamento
strategico» della Nato che porta a un nuovo confronto Ovest-Est non meno
pericoloso e costoso di quello della guerra fredda, oppure debba svincolarsi
per intraprendere un suo cammino costruttivo respingendo l’idea di gettare
la spada sul piatto della bilancia, accrescendo la spesa militare, per
conservare un vantaggio che l’Occidente vede sempre più diminuire.
L’unico segnale che viene dalla Ue è un insulto all’intelligenza: la
Commissione europea ha deciso che, dal 2014, nel calcolo del pil la spesa per
sistemi d’arma sia considerata non una spesa ma un investimento per la
sicurezza del paese. Per aumentare il pil dell’Italia investiamo dunque negli
F-35.
=== 2 ===
http://www.marx21.it/internazionale/europa/24113-i-tabu-della-sinistra-radicale.html
I tabù della sinistra radicale
di Spartaco A. Puttini
21
Maggio 2014
L'articolo
è stato pubblicato nel n. 2/2014 della rivista "Gramsci
oggi" (www.gramscioggi.org)
e lo proponiamo ai nostri lettori come contributo alla discussione dei
comunisti sul futuro dell'Europa, anche in vista delle elezioni del parlamento
dell'UE.
Note
sulla posta in gioco, a margine di una recensione
Aurélien
Bernier, di Attac France, ha da poco pubblicato il suo libro sui tabù
della sinistra radicale: La gauche radicale et ses tabous: pourquoi
le Front de Gauche échoue face au Front national. Il libro non è stato
ancora tradotto in italiano, forse non lo sarà mai. Appare per certi versi
troppo legato alla dimensione politica transalpina per poter sperare di rompere
la coltre di provincialismo che interessa la politica nostrana. Eppure
parla anche a noi. Per questo vale la pena soffermarsi sul testo e sui suoi
rilievi, perché può arrecare alcuni elementi di giudizio e riflessione
anche alla sinistra italiana, che mai come ora procede a tentoni, a fari
spenti nella nebbia.
Tratta
dell’ascesa del Front national, del suo sfondamento nelle classi popolari e
della modifica di indirizzo che, almeno apparentemente, ha impresso la
nuova leadership di Marine Le Pen. Ma il soggetto vero dell’analisi e della
ricostruzione di Bernier è la sinistra radicale francese. Con la sua
ambizione di contenere l’estrema destra e intercettare il malcontento verso le
politiche euro-liberali praticate dai socialisti e dagli esponenti della
destra ex-gollista convertita al neoliberismo.
Bernier
ricostruisce le varie fasi in cui, dal 1984 ad oggi, l’elettorato comunista e
apparentato si è assottigliato, specie a seguito della mutation, il
processo di allontanamento dalle proprie radici ideologiche e di cultura
politica, mentre parallelamente cresceva la fiamma lepenista. Sulle prime
il Front national si è affermato presso i settori già collocati a destra dello
spettro politico, in zone e milieu nei quali la sinistra comunista e anche
i socialisti avevano tradizionalmente un forte insediamento e dove la destra tradizionale
neogollista o giscardiana appariva più fragile. Successivamente, grazie
alla progressiva perdita di credibilità presso le classi popolari dei
socialisti, che con Mitterand aprono la parentesi della scelta
neoliberista per non chiuderla mai più, il FN comincia la penetrazione anche
tra le fila delle classi lavoratrici deluse dall’esperimento socialista,
disegnando una prospettiva inquietante. Anche il PCF subisce un drastico calo
di consensi, per avere, all’inizio, seguito i socialisti nella politica
del rigore.
Ma
in prospettiva è ben altro il terreno della disfida che si profila. Il vero
punto di svolta è visto dall’autore nel cambiamento di indirizzo che Le
Pen impartisce alla sua creatura nel corso della campagna contro l’Europa di
Maastricht. Se, fino ad allora, Le Pen si era caratterizzato come un
esponente della vecchia destra anti-repubblicana e vichyssoise (1) che
mostrava ammirazione per Reagan, fastidio per l’invadenza dello Stato, e
riservava le sue premurose attenzioni per il mondo delle imprese, specie
piccole, che dipingeva come tartassate dal fisco, dopo Maastricht cambia
tutto. O quasi. Il FN diviene il vessillifero della lotta contro il mondialismo
della globalizzazione neoliberista e contro l’integrazione europea, che ne
è lo strumento per soggiogare i popoli europei, cancellare le nazioni e
soprattutto la Francia. Con questa nuova postura, integrata dalla campagna
per la sicurezza e contro l’immigrazione, la crescita della fiamma è continua e
costante e gli score che Le Pen fa registrare alle presidenziali
paiono crescenti e aprono all’estrema destra ben altre prospettive.
Ma
sulle prime la bandiera della questione nazionale e della lotta contro
l’europeismo non viene lasciata in esclusiva al FN. In occasione del
referendum del 1995 per chiedere ai francesi la loro sanzione del Trattato di
Maastricht tutte le principali famiglie politiche si
spaccano trasversalmente. Del resto, come hanno sostenuto Hix e Lord (2),
di fronte al processo d’integrazione europeo le forze politiche non
si polarizzano solamente in senso orizzontale lungo la dicotomia
destra-sinistra ma anche in senso verticale, lungo la dicotomia difesa
della sovranità-devoluzione dei poteri all’unione. Così alla campagna
contro Maastricht dell’estrema destra fa da contraltare quella del
Partito comunista francese, custode della sovranità e dell’idea di Nazione
declinata a sinistra, sulla scorta del precedente della
rivoluzione giacobina e della Resistenza. Durante la campagna referendaria
del 1995 per la ratifica del Trattato a sinistra si aggiunge ai “no”
Jean-Pierre Chevènement, a destra si schierano contro Maastricht Philippe
Séguin e Charles Pasqua. I principali partiti (socialisti, RPR e UDF (3)
) sostengono il sì che la spunterà nelle urne, ma di pochissimo. Il risultato
mostra tutta la potenzialità della critica radicale
all’integrazione liberista europea. La strada sarebbe aperta per la
costruzione di una vera alternativa di sinistra, sovranista e di classe. Invece
viene fatto all’estrema destra un insperato regalo.
-
Lo scivolamento dei comunisti: da euroscettici a eurocostruttivi
Purtroppo
di lì a poco il PCF, con la segreteria di Robert Hue, imboccherà la strada
della mutation e cercherà di riportare i comunisti all’intesa
con i socialisti e con i verdi in quello che sarà il governo della “sinistra
plurale”, che di plurale avrà solo la composizione ministeriale,
l’indirizzo restando fermamente fissato sulla politica liberale scelta anni
addietro dal PS. Nel giro di qualche mese Hue e i dirigenti che gli si
stringono attorno cambiano discorso sull’Europa e si convertono al fumoso,
inconcludente, ingenuo e poco credibile refrain dell’altra Europa
possibile. Hue stesso si definisce “eurocostruttivo”. C’è chi, non senza
ragione, lamenta una conversione vera e propria. Alle elezioni europee del
1999 il PCF si camuffa dietro l’insegna di una lista alter-europeista e i suoi
massimi dirigenti sostengono ormai che per cambiare in Francia occorra
cambiare l’Europa, vaneggiando di una possibile Europa sociale. L’inversione dei
fattori è ormai fatta, e in questo caso cambia il risultato; la svolta del
PCF è smaccatamente bocciata dalle urne, la lista della sinistra radicale (che
aveva imbarcato anche esponenti favorevoli all’aggressione alla
Jugoslavia) prende meno di quanto aveva raccolto il solo PCF nella
tornata precedente e appare per quello che è: un insperato regalo
all’estrema destra.
Al
discredito per essere rimasto nel governo Jospin, a rimorchio del PS senza
riuscire ad incidere in alcun modo, il PCF somma allora l’errore della
metamorfosi che imprime al suo discorso sull’Europa. Dal fermo, patriottico e
sociale al contempo, “no” della gestione Marchais, paladina della difesa
della sovranità nazionale fino allo slogan “produciamo francese”, si passa alla
versione euro-critica e alter-europeista. Sulla scia di un movimento
alter-mondialista di cui oggi non si ha più nemmeno il ricordo (ma che in
quegli anni veniva dipinto da molti come la superpotenza del futuro) si
inizia a sostenere la litania: “Un’altra Europa è possibile”, ma curandosi bene
dal poter indicare come arrivarci.
Bernier
fa notare che il discorso del PCF in mutazione si assimila progressivamente e
velocemente alla rimozione della questione nazionale, della questione
della difesa della sovranità come spazio di esercizio della democrazia e
strumento per la difesa e l’avanzata delle rivendicazioni di classe. Nella
sinistra radicale inizia a prevalere la visione strabica e ottusa dei gruppi
trotzkisti, che ripudiano la questione nazionale come destrorsa, abbandonandola
nelle mani della demagogia lepenista. E’ questo passaggio a rendere
possibile l’accordo di governo tra il PCF e i socialisti di Jospin nel
1997. Al sì dei socialisti per l’adozione della moneta unica si
contrapponeva fermamente il no dei comunisti all’euro. Dietro la coltre
dell’impegno (verbale) a cercare di cambiare questa concreta Unione
europea, tante cose sarebbero passate in fanteria nell’arco di una breve
stagione.
Successivamente,
un altro referendum, quello del 4 marzo 2005 per ratificare il Trattato
Costituzionale Europeo, segnerà la vittoria dei “no” all’integrazione e
mostrerà come i cittadini francesi abbiano saputo scorgere nel processo
d’integrazione europeo un chiaro attacco alla loro sovranità, ai loro
diritti, al loro tenore di vita. In breve tempo il Front national resta l’unico
partito organizzato in campo a sostenere una netta linea euroscettica e
cerca di affermarsi come autentica forza anti-mondialista e anti-sistema.
Chevènement continua, beninteso, a sostenere la sue ragioni, ma da una
posizione sempre più isolata, come un profeta nel deserto della sinistra legata
al carrozzone liberal-europeista del Ps. A destra Séguin viene marginalizzato e
riassorbito da Chirac, mentre Pasqua tenta per una breve stagione la strada di una
propria forza autonoma e sovranista di destra; il tentativo riscuote un certo
successo sulle prime ma poi si sgonfia per varie ragioni. Il discorso del
PCF continua ad essere confuso, pur restando il partito ancorato saldamente
sulla linea del “no” nel referendum del 2005.
L’esplosione
del FN è rallentata da scissioni interne e dalla scelta del vecchio leader di
cavalcare la tigre della lotta all’immigrazione e l’islamofobia, strade
che gli vengono ben presto sbarrate dalla deriva impressa da Sarkozy alla
destra tradizionale francese. Ma i nodi prima o poi vengono al pettine e
la crisi scopre i guasti causati dall’euro e dalla scelta europea presso un
pubblico via via più largo. Il Front national è ben appostato per
approfittarne. La sinistra radicale si ritrova a dover ripensare tutta la
propria strategia.
Con
la nascita del Front de Gauche, che tiene assieme il PCF, l’ex sinistra
socialista di Mélenchon e un’altra formazione di origine trotzkista, una
certa radicalità sembra ritrovata. Durante l’ultima campagna per le
presidenziali Mélenchon sosteneva l’idea di disobbedire ai trattati
europei. Una posizione che però manca al fondo di chiarezza, circa le eventuali
caratteristiche, conseguenze e implicazioni di simile parola d’ordine. Se
alle presidenziali, per la prima volta dall’era Marchais, il candidato dei
comunisti e della sinistra radicale raccoglie più del 10%, alle politiche
il Front viene un po’ ridimensionato (sotto il 7%).
Eppure
la sfida per la sinistra transalpina, e in prospettiva non solo transalpina, è
chiara: la lotta per l’egemonia nella società e per rispondere ai bisogni
delle classi popolari è ingaggiata, o la vinceranno i comunisti con quanti
alleati di sinistra riusciranno ad aggregare attorno a un loro progetto, o
la vincerà il Front national (4).
-
La posta in gioco, oggi, in Europa
Per
coltivare la possibilità della vittoria, Bernier mette al centro delle sue
riflessioni la necessità che la sinistra radicale abbandoni tre tabù che
caratterizzano il suo discorso sull’Europa e auspica il ritorno alla radicalità
con la quale il PCF combatteva la sua battaglia sovranista da sinistra (un
riconoscimento e un invito significativo da parte di chi non proviene, per
filiazione ideologica, dall’ortodossia marxista-leninista).
I
tre tabù sono: il protezionismo (che viene oggi rifiutato in favore della
scelta liberoscambista), la sovranità nazionale (dipinta come di destra o
non considerata, e su questo si potrebbe scrivere un libro); l’Europa (a cui si
guarda come ad un feticcio che non ci si può rifiutare di idolatrare, pena
il rischio di essere additati come nazionalisti). Quanto di questo discorso
riguarda anche noi!
Non
mettere in discussione il liberoscambismo e la libera circolazione dei capitali
porta inevitabilmente ad ingessare sul nascere qualsiasi ipotetica
politica alternativa di sinistra. Non affrontare il nodo ha ricadute evidenti.
Supponiamo che un esecutivo di sinistra voglia rivedere il peso dei
carichi fiscali, redistribuendo le imposte in senso progressivo. I maggiorenti
potranno spostare i capitali all’estero, e la fuga dei capitali metterebbe
in panne la politica economica del governo. Se si volesse difendere il mondo
del lavoro dal dumping salariale e dalla concorrenza al ribasso dei
diritti, poi, non ci si potrebbe che scontrare con la possibilità delle imprese
di delocalizzare e con l’effetto di induzione alla svalutazione interna
svolto dalla moneta unica. Occorre tenere in considerazione che l’architettura
delle politiche neoliberiste (che costituisce la base e l’essenza
dell’Unione europea) funziona anche come un impedimento all’implementazione
di politiche espansive e redistributive ispirate ai principi della
democrazia sociale. Ma non ditelo a Barbara Spinelli e ai suoi accoliti…
Per
questo acquisisce un significato strategico la questione dell’appropriazione
della bandiera della sovranità nazionale da parte della sinistra di
classe. Bernier ci dice che ultimamente il Front de Gauche si sta
riposizionando, nonostante gli errori dell’era Hue, e nonostante la crisi
che attraversano le relazioni tra le sue componenti. Ma per riuscire ad
adottare una postura potenzialmente vincente che possa mettere la sinistra
radicale francese in grado di contrastare il montare dell’estrema destra è
necessario rompere gli ultimi tabù e passare dalla protesta alla proposta;
e l’unica proposta possibile è quella di propendere per la rottura unilaterale
dei trattati in modo da riconquistare la sovranità, conditio sine qua
non di ogni cambiamento progressivo.
La
prospettiva scelta da Bernier è certo particolare. Molte altre sarebbero le
considerazioni da fare sulla crisi della sinistra radicale (in Francia e
in Europa) e sulla crescita del Front national e di formazioni di estrema
destra, dinamiche nelle quali giocano molteplici fattori. Ma la scelta
operata dall’autore tiene conto della questione che oggi è indubbiamente la più
rilevante in questa parte di mondo, anche se andrebbe in qualche modo
sottolineato con maggior forza, a nostro personale giudizio, il parallelismo
che corre tra l’abbandono della questione nazionale da parte dei partiti
comunisti e la rottura con il loro bagaglio ideologico-strategico di matrice
marxista-leninista. Più si allontanano dall’ortodossia, più rimuovono (quando
non ripudiano) la questione nazionale.
Le
ricadute e le conseguenze del discorso dell’autore e della sua ricostruzione
sono chiare: solo impugnando l’arma della sovranità da riconquistare e
rifiutando il discorso integrazionista e liberoscambista (cavalli di Troia del
neoliberismo) sarà possibile proporre in modo credibile politiche che
possano invertire l’attuale tendenza reazionaria e difendere gli interessi
delle classi popolari, impedendo al contempo alla demagogia dell’estrema
destra di approfittare della legittimazione che le viene dall’avere il
sostanziale monopolio della questione nazionale, seppur malamente
declinata, e dall’apparire come l’unica forza radicalmente anti-sistema.
La
scelta di porsi sullo scivoloso, angusto e poco credibile (perché non fattibile)
terreno della riforma della costruzione europea, dell’accettazione della
moneta unica e della promozione di una futuribile “altra Europa possibile”
lascia la sinistra radicale disarmata e pertanto incapace di incanalare il
disagio delle classi popolari e di fette crescenti della popolazione che
vengono spinte verso l’astensionismo o sono attratte da formazioni
demagogiche.
La
scelta che occorre avere il coraggio di operare è cercare di recuperare
consenso nell’astensione e nella disaffezione promuovendo una politica più
coraggiosa, radicale e realista, anziché limitarsi a cercare di raccogliere le
schegge perse dalle formazioni socialdemocratiche nella loro continua
marcia verso destra, magari in vista di un nuovo accomodamento, che sul breve
periodo può premiare con qualche eletto ma che sul medio periodo lascia la
sinistra radicale in mutande
- E
in Italia? Anche in Italia… (Consiglio ai sordi)
Sono
considerazioni che si stanno facendo strada un po’ ovunque, in Francia come in
Italia. Da questo punto di vista un certo parallelismo è già percepibile.
Con tutte le differenze del caso, sia chiaro. Intanto perché in Francia c’è un
Front de Gauche (anche se malandato) costruito attorno a un Partito
comunista, anche se debilitato da una mutazione con la quale non riesce a
chiudere i conti in modo convincente, passaggio obbligato per rilanciarsi
abbeverandosi alle proprie salde radici, patriottiche e internazionaliste. Al
Front de Gauche stesso l’autore chiede, in modo convincente, più coraggio
nel rompere i tre tabù che menzionavamo. In Italia, invece, non manca
solamente un fronte di sinistra degno di questo nome. Come prendere
seriamente formazioni costruite attorno a guru che credevano che non fosse
più centrale il conflitto capitale-lavoro o che non esistesse più
l’imperialismo? Come pretendere di sostituire l’attività strutturata delle
vecchie sezioni con il salotto di Barbara Spinelli? (anche al netto delle
riflessioni che si possono e devono fare circa le strampalate sciocchezze
che da quel luogo provengono). Ma soprattutto in Italia manca un partito
comunista che voglia davvero essere tale.
Nel
contesto attuale la sua costruzione è certamente possibile. Ma per rendere il
progetto vitale occorrerebbe risultare in grado di dare una speranza e una
prospettiva di cambiamento anzitutto alle giovani generazioni, le più
schiacciate dalla crisi. Per questo oggi, in Italia, i comunisti
dovrebbero anzitutto costruire a partire dalla risposta da dare alle due
questioni cruciali del nostro tempo: la questione sociale e la questione
nazionale. E dovrebbero farlo a partire dalle risposte che dovrebbero dare
all’attuale crisi europea, che rappresenta il nodo gordiano da tagliare.
Da questo punto di vista, analogamente alle riflessioni svolte da Bernier sul
panorama politico francese, i comunisti italiani non possono sostenere le
stesse traballanti castronerie della sinistra radicale alter-europeista e
dovrebbero caratterizzarsi come i veri difensori e sostenitori del ritorno
alla sovranità nazionale, in tutte le sue dimensioni, ivi compresa quella
monetaria. Chi si trincera dietro la presunta impossibilità dell’esercizio
della sovranità è già fuori dalla storia, fuori dal campo di contesa politico.
Chi rifiuta di dare fiducia al proprio popolo non può chiederla. Chi pretende
che l’Italia non ce la possa fare si è già arreso, come può essere un
interlocutore, un punto di riferimento?
In
Italia vi sarebbe, tra l’altro, il vantaggio che lo spazio della critica alla
Ue e all’euro non è ancora egemonizzato da alcuna formazione demagogica e
di destra (affine al liberismo), a differenza che in Francia, dove il FN ha
occupato abilmente quel vuoto. E’ vero che determinate formazioni
demagogiche e di destra anche in Italia cercano di posizionarsi in tal senso.
Ma sono all’inizio e godono, al momento, di una credibilità limitata, a
causa dei loro trascorsi nei governi Berlusconi, dove non hanno dato affatto
buona prova di sé.
A
maggior ragione i comunisti dovrebbero porsi con urgenza l’obiettivo di
presidiare questo spazio, evitando di cadere nella trappola illogica per
cui se alcune formazioni di destra sostengono (a parole e a modo loro)
determinate battaglie, bisogna negarne a priori l’eventuale validità.
La Terra resta sferica e l’euro resta una trappola anche se lo dicono il Front
national o la Lega Nord. Una ragione in più per non abbandonare
determinate parole d’ordine.
Una
delle parole d’ordine che la sinistra nostrana ha abbandonato da tempo è quella
relativa alla difesa della sovranità nazionale. Se è vero che né il movimento
socialista né la nuova sinistra avevano mai compreso la valenza e la portata
della questione nazionale, per il movimento comunista valgono tutt’altre
riflessioni (si pensi alla Resistenza, per non citare che un passaggio). La
rimozione di questa radice dal proprio DNA è andata di pari passo con lo
snaturamento e la mutazione. Passaggi che hanno condotto i comunisti al
lumicino in cui ora si trovano. Per uscire da questo stato di minorità
occorre tornare se stessi.
Il
passaggio delle prossime elezioni europee rappresentava un’ottima occasione per
mettere in campo il progetto di costruzione di una sinistra patriottica e
di classe e i comunisti italiani avrebbero dovuto posizionarsi per agire in
quest’ottica. Invece hanno preferito accodarsi, in base ad una logica
suicida, alla costruzione di una lista che difende la solita aria fritta
alter-europeista, la lista Tsipras, che di fatto è la lista Spinelli. Tale
lista ha risucchiato tutta la sinistra radicale. Persino la componente del Prc
che si definisce comunista ha applaudito all’operazione. Segno che da
quelle parti, ormai, ci si pone ben pochi problemi in merito alla direzione di
marcia. Coloro che sbeffeggiavano Bertinotti ieri, oggi gli danno ragione,
scimmiottandone le gesta.
I
risultati della scelta di pilotare i comunisti italiani nella lista
Tsipras-Spinelli sono sotto gli occhi di tutti, erano scontati e prevedibili.
Tutto si può rimproverare ai promotori della lista, tranne che non siano
stati chiari sin dal principio. Ora basterebbe aprire gli occhi, e dirsi
con franchezza che un conto è lavorare ad un progetto unitario, un altro è
lavorare ad un aggregato confusamente di sinistra. Almeno ora, si dovrebbe
scegliere con chiarezza di riconquistare ai comunisti la questione della sovranità
nazionale, di riconquistare se stessi. Lavorando per costruire un fronte
della sinistra sovranista e di classe in vista delle prossime elezioni
politiche. Occorre scegliere, altri lo hanno fatto. Che si dimostri di
voler fare sul serio. All’Italia e ai lavoratori italiani, ai tantissimi
giovani senza futuro, serve ben altra offerta politica… e gli stessi
militanti e simpatizzanti della sinistra comunista meritano di meglio.
NOTE
1) Vichysta”, sostenitrice ed erede del regime collaborazionista di Vichy.
2)[1] S.
Hix, C. Lord, Political Parties in the European Union; Londra, MacMillan
1997, p.50. Cit. in: M. PierMattei, Partiti d’Europa. Integrazione e
federazioni transnazionali; in: “Memoria e Ricerca”, n.24 2007.
3)
RPR, Rassemblement pour la République era la formazione neogollista guidata da
Jacques Chirac, l’UDF, Union pour la démocratie française, era il partito
composto dal centro destra democristiano e liberale degli eredi di Valéry
Giscard d’Estaing.
4)
“Noi abbiamo l’impressione di trovarci impegnati in una corsa contro il tempo
con l’estrema destra. Il popolo che rigetta il sistema sceglierà tra la
nostra proposta e la loro”; dichiarazione di Mélenchon a “Sud-Ouest”, 23 marzo
2013
=== 3 ===
http://contropiano.org/politica/item/24465-l-unione-europea-di-fronte-a-se-stessa
L'Unione Europea di fronte a se stessa
• Venerdì, 06 Giugno 2014
• Sergio Cararo
Tra poco meno di un mese si apre il semestre europeo presieduto da Renzi e dall'Italia. Questo rappresenta un test ambivalente sia sul piano della governance che su quello dell'opposizione popolare e delle alternative. Può essere l'occasione per portare più a fondo il confronto su questioni rilevanti abbondantemente rimosse o sottovalutate ma che peseranno come macigni sulle prospettive del mondo reale nel quale ci è toccato di vivere.
La Commissione Europea ha pubblicato in questi giorni un documento sulla Strategia europea di sicurezza energetica. Si tratta per ora solo di una proposta che ha l’obiettivo di definire le linee guida e di proporre azioni per affrontare le principali sfide energetiche che l’UE si troverà ad affrontare nel breve, medio e lungo periodo. L’Unione Europea infatti importa il 53% dei suoi consumi totali, 90% nel caso del petrolio e 66% in quello del gas naturale. E' evidente dunque il livello di “vulnerabilità” di uno dei principali blocchi economici del mondo in termini di risorse energetiche, il che rende l'Unione Europea un anello ancora debole su questo terreno. E' evidente come i due conflitti scatenati alle porte di casa – a sud in Libia e ad est in Ucraina – segnino un livello elevato di questa vulnerabilità.
Un intervento militare fortemente voluto da una potenza europea come la Francia in Libia e una aperta ingerenza di paesi europei come Germania, Polonia e repubbliche Baltiche in Ucraina, hanno provocato un doloroso paradosso: la ricerca di una invocata stabilità ha provocato invece il massimo di instabilità. E adesso metterci rimedio sta diventando sempre più difficile, oltrechè sanguinoso per le popolazioni coinvolte sia in Libia che in Ucraina. Una volta deposto e ucciso Gheddafi o deposto e costretto alla fuga Yanukovich, le operazioni di “regime change” non hanno prodotto nuove e accondiscendenti leadership nei paesi destabilizzati.
Anche perchè a rendere le cose difficili per l'Unione Europea non sono tanto i gruppi armati in Libia o le repubbliche popolari secessioniste nell'Ucraina orientale, quanto il primus inter pares tra i paesi alleati: gli Stati Uniti.
Gli Usa hanno la percezione esatta della vulnerabilità energetica dei loro partner/competitori europei. Dopo aver incassato la sfida dell'avvento dell'euro, della competizione sulle tecnologie e della barriera deflazionista che ha impedito agli Usa di scaricare sull'Europa gli effetti inflattivi del loro quantitative easing come nei “bei tempi passati” del Washington Rule, gli Stati Uniti hanno deciso di giocare duro con e contro i loro alleati nella Nato. Hanno così cominciato a colpire sui nervi scoperti. Hanno lasciato la Francia giocare alla grandeur nella destabilizzazione della Libia e hanno bruscamente alzato l'asticella del conflitto con la Russia. In pratica due dei principali serbatoi delle forniture energetiche dell'Europa sono diventati incerti e i rubinetti si stanno chiudendo, aggiungendoci un pizzico di cinismo attraverso cui i danneggiati (gli europei) dovrebbero anche mostrarsi soddisfatti di essersi fatti male da soli.
Non solo. Gli Stati Uniti stanno infatti agendo apertamente non solo per allargare la faglia tra Unione Europea e Russia ma anche quella all'interno della stessa Ue tra paesi fondatori e paesi della periferia est. Nel suo viaggio in Polonia che ha preceduto il vertice del G7 a Bruxelles, il presidente statunitense non solo ha incontrato il “suo uomo di cioccolata a Kiev” cioè il neopresidente ucraino Poroshenko (che sin dal 2006 era ritenuto l'interlocutore privilegiato di Washington) ma ha anche incontrato a parte i leader cechi, slovacchi, baltici, bulgari e rumeni. Una sorta di corte degli agenti statunitensi dentro l'Unione Europea e la Nato. E in questo contesto ha reso noto di voler stanziare quasi un miliardo di dollari per installare soldati e mezzi militari statunitensi nei paesi dell'Europa dell'Est, molto più a oriente delle storiche basi militari di Ramstein in Germania o di Aviano in Italia, molto più a ridosso della Russia.
Le dichiarazioni bellicose di Obama contro Putin e la Russia lasciano intravedere che l'asticella della tensione verrà tenuta alta o alzata ulteriormente perchè, come ricorda Brzezinski nella sua opera omnia (“La Grande Scacchiera”), la Nato è lo strumento principale per interferire sulla politica europea proprio in quanto fattore politico-militare, ovvero il punto ancora debole della UE per potersi definire e agire come un polo imperialista compiuto.
Alla Conferenza annuale sulla sicurezza di Monaco (gennaio), avevamo visto i ministri degli Esteri e della Difesa tedeschi cominciare a parlare il linguaggio della grande potenza e non solo sul piano economico. La Francia continua a portare come unica dote - per non essere retrocessa tra i Pigs – il suo arsenale nucleare e un discreto complesso militare-industriale e coglie ogni occasione – con il gollista Sarkozy o con il galletto Hollande – per mostrarsi bellicista e oltranzista oltre ogni raziocinio. L'Italia del partito di Maastricht (Amato, Ciampi, Prodi, Monti, Letta, Renzi) galleggia, evoca scenari distensivi ma poi ha detto di si a tutto: dalla base di Vicenza al Muos, dagli F35 fino alla clamorosa doppia firma di Letta al G8 dello scorso anno a Mosca, sia sul documento voluto dagli Usa contro la Siria che al documento voluto dalla Russia contro l'intervento in Siria.
La politica militare e le fonti energetiche restano dunque i due punti di vulnerabilità delle ambizioni al polo imperialista europeo come competitore globale. Da qui si capisce la posta in gioco e il senso delle affermazioni di Martin Feldstein quando profetizzava nel 1997 che “l'introduzione dell'euro avrebbe portato alla discordia e alla guerra sia tra gli Stati Uniti e l'Europa che dentro l'Europa”.
Adesso ci siamo dentro fino al collo. Le guerre e l'instabilità alle periferie sud ed est dell'Unione Europea sono la conseguenza di questa sfida competitiva su scala globale, una classica competizione interimperialista direbbero – e ragione – i classici.
Con la crisi che continua a mordere, la lotta per le risorse che si fa più violenta, con i rimedi con non funzionano e lo sviluppo disuguale che si fa più acuto – il salto della cavallina, direbbe Alvin Toffler – i pericoli di una rottura storica, della guerra, si fanno più reali, quasi materializzabili. Se ne accorgono quelli che hanno a disposizione tutte le informazioni, non se ne accorgono invece quelli che dovrebbero mettersi di traverso. Per venti anni li hanno tenuti ben rincoglioniti con l'antiberlusconismo, adesso li distraggono con una leadership giovanile e ansiosa di fare il lavoro sporco che attendevano di fare sin dal 1992, proprio con la nascita di quell'Unione Europea che in tanti si ostinano a non voler vedere come il problema. L'occasione del Controsemestre popolare in opposizione al semestre europeo a guida italiana offre l'opportunità di recuperare il tempo e i passi perduti. Nella piattaforma per la manifestazione del 28 giugno e della campagna per il controsemestre per la prima volta, dopo troppo tempo, c'è anche il tema dell'opposizione alla guerra. C'è tanto da lavorare e da qualche parte occorre cominciare.
=== 4 ===
LES ÉLECTIONS EUROPÉENNES DE MAI 2014. NOUVELLES ÉTAPE DANS L’IMPLOSION DU PROJET EUROPÉEN
Auteur: Samir Amin
1.
La construction européenne a été conçue et mise en œuvre dès
l’origine pour garantir la pérennité d’un régime de libéralisme économique
absolu. Le traité de Maastricht (1992) renforce encore ce choix fondamental, et
interdit toute autre perspective alternative. Comme le disait Giscard d’Estaing
: « le socialisme est désormais illégal ». Cette
construction était donc par nature anti-démocratique et annihile le pouvoir des
Parlements nationaux élus, dont les décisions éventuelles doivent rester
conformes aux directives du pouvoir supranational défini par la
pseudo-constitution européenne. Le « déficit de démocratie » des institutions
de Bruxelles, à travers lesquelles opère la dictature néo-libérale, a été et
demeure consciemment voulu. Les initiateurs du projet européen, Jean Monet et
autres, n’aimaient pas la démocratie électorale et se donnaient l’objectif d’en
réduire le « danger », celui d’engager une nation hors des sentiers tracés par
la dictature de la propriété et du capital. Avec la formation de ce que
j’appelle le capitalisme des monopoles généralisés, financiarisés et
mondialisés, à partir de 1975, l’Union Européenne est devenue l’instrument du
pouvoir économique absolu de ces monopoles, créant les conditions qui qui
permettent d’en compléter l’efficacité par l’exercice parallèle de leur pouvoir
politique absolu. Le contraste droite conservatrice/gauche progressiste, qui
constituait l’essence de la démocratie électorale évoluée, est de ce fait
annihilé, au bénéfice d’une idéologie de pseudo « consensus ».
Ce consensus repose sur la reconnaissance par les opinions
générales en Europe que les libertés individuelles et les droits de l’homme
sont garantis, au moins dans la majorité des Etats européens sinon dans ceux de
l’ex Europe orientale, mieux qu’ailleurs dans le monde. C’est exact et à
l’honneur des peuple concernés. Néanmoins la double dictature économique et
politique des monopoles généralisés annihile la portée de ces libertés, privées
de leur capacité de porter en avant un projet de société qui transgresserait
les limites imposées par la logique exclusive de l’accumulation du capital.
Par ailleurs l’unité européenne a été popularisée avec l’argument alléchant que
celle-ci conditionnait l’émergence d’une puissance économique égale à celle des
Etats Unis et autonome par rapport à celle-ci. Mais en même temps la
constitution européenne combinait les adhésions à l’Union Européenne et à
l’OTAN, en qualité d’allié subalterne des Etats Unis. Le nouveau projet
d’intégration économique atlantique devrait dissiper les mensonges de cette
propagande : le marché européen sera soumis aux décisions du plus fort, les
Etats Unis. Adieu l’indépendance de l’Europe !
2. Mais le régime économique libéral absolu, imposé par la constitution
européenne, n’est pas viable. Sa raison d’être exclusive est de permettre la
concentration croissante de la richesse et du pouvoir, au bénéfice de
l’oligarchie de ses bénéficiaires, fût-ce au prix d’une austérité permanente
imposée aux classes les plus nombreuses, à la régression des acquis sociaux,
voire au prix de la stagnation économique. La spirale infernale de
l’austérité produit pour l’ensemble européen la croissance permanente des
déficits et de la dette (et non leur réduction comme le prétend la théorie
économique conventionnelle, sans fondements scientifiques). Les
exceptions (l’Allemagne aujourd’hui) ne peuvent l’être que parce que les autres
sont, eux, condamnés à subir leur sort. L’argument avancé – « il faut faire
comme l’Allemagne » – n’est pas recevable : par sa nature même le modèle ne
peut pas être généralisé.
Néanmoins le pouvoir absolu exercé par les monopoles généralisés et
l’oligarchie de leurs serviteurs ne permet pas sa remise en cause par les «
opinions générales ». Ce pouvoir absolu est déterminé à défendre jusqu’au bout
et par tous les moyens ses privilèges, ceux des oligarchies, seules
bénéficiaires de la concentration sans limite de la richesse.
3. Les élections européennes de mai 2014 traduisent le rejet par la majorité
des citoyens de « cette Europe » (sans nécessairement être conscients que «
l’Europe » ne peut être autre). Avec plus de la moitié d’abstentionnistes dans
le corps électoral (plus de 70% d’abstentions dans l’Est européen), 20% de
votes en faveur de partis d’extrême droite se déclarant « anti-européens », les
listes dites « europhobes » en tête en Grande Bretagne et en France, 6% en
faveur de partis de la gauche radicale critique de Bruxelles, cette conclusion
s’impose. Certes, en contrepoint, la majorité de ceux qui ont participé au
vote, se réclament toujours du (ou d’un) projet européen, pour les raisons
données plus haut (« l’Europe garante de libertés et des droits ») et parce
qu’ils pensent encore – avec beaucoup de naïveté – qu’une « autre Europe » (des
peuples, des travailleurs, des nations) est possible, alors que la construction
européenne – en béton armé – a été conçue pour annihiler toute éventualité de
sa réforme.
Le vote de défiance d’extrême-droite porte en lui des dangers qu’on ne doit pas
sous-estimer. Comme tous les fascismes d’hier, ses porte-paroles ne mentionnent
jamais le pouvoir économique exorbitant des monopoles. Leur prétendu « défense
de la nation » est trompeuse : l’objectif poursuivi est – outre l’exercice de
leur pouvoir dans les différents pays concernés de l’Union Européenne – le
glissement de l’Union Européenne de son régime actuel administré par la droite
parlementaire et/ou les sociaux-libéraux à un régime nouveau géré par une
droite dure. Les débats sur les origines véritables de la dégradation sociale
(précisément le pouvoir des monopoles) sont transférés vers d’autres domaines
(l’exploitation du bouc émissaire de l’immigration en particulier).
Mais si ce succès douteux de l’extrême droite « anti européenne
» est celui qu’il est, la faute en revient à la gauche radicale (à gauche des
partis du socialisme ralliés au libéralisme). Par son manque d’audacité dans la
critique de l’Union Européenne, par l’ambiguïté de ses propositions, qui
alimentent l’illusion de « réformes possibles », cette gauche radicale n’est
pas parvenue à faire entendre sa voix.
4. Dans le chapitre intitulé « L’implosion programmée du système européen »
(in, L’implosion du capitalisme, contemporain, 2012), je dessinais les lignes
générales de la dégradation programmée de l’Union Européenne. On aura alors une
petite Europe allemande (l’Allemagne, agrandie par ses semi-colonies d’Europe
orientale, allant peut-être jusqu’à l’Ukraine), la Scandinavie et les Pays Bas
attelés à cette nouvelle zone mark/euro ; la France ayant choisi son adhésion «
vichyste » à l’Europe allemande (c’est le choix des forces politiques
dominantes à Paris), mais peut-être tentée plus tard par un renouveau «
gaulliste » ; la Grande Bretagne prenant ses distances et affirmant encore
davantage son atlantisme dirigé par Washington ; la Russie isolée ; l’Italie et
l’Espagne hésitant ente la soumission à Berlin ou le rapprochement avec
Londres. L’Europe de 1930, ais-je alors écrit. On y va.
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